Big del Web servili con la Cina

Mentre Pechino rimanda al mittente le accuse riguardanti la censura online in Cina, negli Usa proprio i big della Rete sono finiti nel mirino della sottocommissione per i Diritti Umani. “Avete contribuito a decapitare le voci del dissenso”, ha dichiarato un rappresentante del New Jersey in riferimento ai presunti accordi di Microsoft, Google, Yahoo! e Cisco con il regime cinese.
Gli fa eco il democratico Tom Lantos: “Le vostre azioni disdicevoli in Cina sono una disgrazia, non riesco a capire come i responsabili delle vostre società riescano a dormire la notte”. Opinione condivisa anche dal repubblicano Chris Smith:“La cooperazione non dovrebbe venir perseguita per il solo fine di far profitti”. Nel dettaglio, i giganti americani del Web sono accusati di essere scese a patti con il “diavolo” cinese e di aver agevolato la censura della Rete nel Paese pur di entrare nel più grande mercato in espansione.

In Cina, il colosso di Redmond ha chiuso un blog che criticava il partito comunista, Google ha oscurato i risultati delle sue ricerche, Yahoo! ha contribuito alla condanna di alcuni dissidenti politici (Li Zhi, otto anni di carcere, Shi Tao, dieci) e Cisco ha esportato efficaci tecnologie per potenziare i filtri online.

Dal canto loro, le autorità cinesi tengono a sottolineare che la censura nazionale riguarda soltanto siti pornografici e terroristici, ma i fatti sembrano smentire Pechino. Oltre la Grande Muraglia, il sito della BBC, ad esempio, non è visibile e molti altri portali occidentali sono “off limits”. Negli Usa, l’imbarazzo è grande e i quattro big della Rete americani si arrampicano sugli specchi per giustificarsi davanti al Congresso. Di fronte al profitto, anche negli States la libertà di espressione sembra solo un optional.

TGCOM