Pizzini e fedelissimi, così Messina Denaro protegge la latitanza

Ma per i pm ci sono protezioni di “alto livello”. Le rivelazioni sulla sua rete di comunicazione e i suoi tanti viaggi d’affari. 

di Aaron Pettinari.

L’operazione “Ermes” che questa mattina ha portato all’arresto di undici fedelissimi del superlatitante Matteo Messina Denaro, stringe ancora una volta il cerchio attorno al capomafia, svelando quella rete di comunicazione con cui il boss di Castelvetrano impartiva ordini e gestiva gli affari di Cosa nostra. Tuttavia “Diabolik”, ancora una volta, risulta “imprendibile”. “Nonostante il territorio sia più che sorvegliato e da anni si susseguono operazioni, ancora non siamo riusciti a prendere il latitante. Questo può significare solo che gode di protezioni ad alto livello” ha detto il procuratore aggiunto Teresa Principato. Un altro dettaglio fornito dagli inquirenti è la conferma che il boss di Castelvetrano “non sta sempre nel Trapanese, ma si sposta dalla Sicilia e anche dall’Italia. Quando sente stringersi attorno a lui il cerchio taglia i contatti con i fedelissimi finiti sotto indagine”.
Era accaduto tra l’ottobre ed il novembre 2012 quando, dopo l’arrivo del primo carico di pizzini, gli investigatori non avevano più registrati raccolte o invii di corrispondenza. Un silenzio che secondo gli inquirenti “doveva essere attribuito o al silenzio imposto da Messina denaro o al suo temporaneo allontanamento dalla Sicilia, che avrebbe reso impossibile l’inoltro e soprattutto la consegna nelle sue mani della corrispondenza.

Pochi uomini fidati
Per la gestione delle comunicazioni il capomafia trapanese si poteva fidare di pochissimi uomini fidati. Fino al marzo 2010 il sistema di trasmissione della corrispondenza era stato gestito dai cognati del latitante, Vincenzo Panicola e Filippo Guttadauro, e dal fratello Salvatore tutti arrestati così come in manette era finita la sorella Patrizia. Per sostituirli Diabolik si era affidato a chi poteva avere il giusto pedegree, a cominciare dall’ultimo anello della catena, Vito Gondola, nome storico della mafia trapanese.
C’era lui seduto accanto a Riina, a Tonnarello di Mazara, durante cena del dicembre 1991 in cui il capo dei capi decise di sterminare i nemici della mafia marsalese.
Un altro pezzo di storia è rappresentato anche da Michele Gucciardi, boss di Salemi, che il postino di Messina Denaro lo aveva già fatto negli anni Ottanta.
Altro mafioso di rango è l’anziano uomo d’onore, Pietro Giambalvo, condannato in via definitiva per essere stato, tra l’altro, vero e proprio fiduciario di Totò RIINA, per il quale faceva da autista negli anni’80 quando si trovava nella provincia trapanese e doveva recarsi a summit mafiosi.
Altro “pizzinaro” in epoca più recente lo era già stato anche Domenico Scimonelli, originario di Partanna. A loro si sarebbero aggiunti degli insospettabili come Michele Terranova, proprietario della masseria o Sergio Giglio.

[embedded content]

La rete dei pizzini
Le direttive del boss di Castelvetravano arrivavano tramite un sistema collaudato sin dai tempi di Provenzano. Rispetto al capomafia di Corleone le regole imposte da Messina Denaro apparivano decisamente più ferree. Dagli inquirenti sarebbe stato accertato che il latitante “non scrive direttamente le sue lettere, evitando così che le stesse siano graficamente a lui riconducibili, servendosi invece di un amanuense che raccoglie il suo pensiero e lo riversa nei pizzini. Ruolo quest’ultimo pur tuttavia rivestito sempre dalla medesima persona che, in tal modo, assicura continuità negli scritti e garantisce la loro pronta riconducibilità al boss latitante da parte dei sodali che lo leggono”. I messaggi venivano raccolti in una vecchia masseria in contrada Lippone.
Qui venivano nascosti, sottoterra, per poi essere consegnati quando venivano organizzati i summit. Gondola e gli altri sapevano di avere “il fiato sul collo” degli investigatori (“Siamo tutti guardati” diceva Gucciardi in un incontro, ed anche Giglio aveva visto due macchine a Salemi fare “sali e scendi”), nonostante ciò però non si sono fermati. Il motivo è semplice e lo spiega proprio Gonodola: “non è che uno si. impressiona non deve camminare più… se dobbiamo camminare dobbiamo camminare…”.
I pizzini, che arrivavano mediamente tre o quattro volte l’anno, venivano letti ed immediatamente distrutti. I fogliettini di carta aveva un codice cifrato ma Gondola sapeva chi erano gli autori ed anche a chi dovevano essere consegnati. C’era anche una tempistica per comunicare con Messina Denaro.
“A quindici giorni . oggi ne abbiamo due . uno. trentu . uno . perciò giorno 16, giorno 15 noi ci dobbiamo vedere” diceva Gondola a Gucciardi nel giugno 2012. Una cadenza temporale confermata anche in un dialogo tra Gucciardi e Giglio del 27 novembre 2012: “.entro il 15 queste cose devono partire destiniamo la data per buono, il 14 va bene. [.] Il 14, alle case la dove ci sono le olive. [.] tu a Mimmo gli fai sapere che entro il 15 . prima . no giorno 15, prima di giorno 15 si deve incontrare con lui.”. Una cadenza che gli inquirenti avevano già ravvisato nei pizzini risultati in possesso di Antonino Vaccarino, ex sindaco di Castelvetrano e collaboratore del Sisde, protagonista di una corrispondenza con Matteo Messina con il nominativo convenzionale Svetonio. Una vicenda del passato a cui si fa accenno nell’ordinanza dell’operazione odierna”.
Nei discorsi tra i boss, quando si parla dei pizzini, si fa anche riferimento ad una “carrozza” (“Io me lo immaginavo che c’era qualcosa in arrivo con la stessa carrozza arrivaru”). Si intende un carico di messaggi del capomafia di Castelvetrano o si parla di un soggetto ulteriore, posto come filtro tra Gondola e Messina Denaro. Del resto il capo mandamento di Mazara del Vallo diceva: “. dei conti lui aspetta… facciamo due viaggi. non ce lo dimentichiamo… per loro urgenza c’è” E poi ancora: “gliela posso dare a quello. che la devo dare io a lui… perché tutte le cose a me.mi pare giusto. ma a chi lo devo dare io. giusto è. se me li mandi tutti cose. riceve tutte le cose. se mi mandi una partita. sono. come per la prudenza . decidi tu. e glieli devo mandare a dire queste cose”.

[embedded content]

 Il pentimento di Cimarosa
Tra i discorsi dei boss era anche finito Lorenzo Cimarosa, cugino del boss latitante, arrestato il 13 dicembre 2013, nell’ambito dell’operazione antimafia interforze “Eden” che ha intrapreso successivamente una collaborazione con la giustizia. Vincenzo Giambalvo, riferendo di un dialogo tra Vincenzo La Cascia (uomo d’onore della famiglia di Campobello di Mazara) e tale zu Giovanni raccontava delle lamentele di Cimarosa, rispetto al ruolo preminente assunto dal nipote di Matteo Messina Denaro, Francesco Guttadauro. “Si lamentava di un nipote dice questo da Palermo viene da Bagheria dice perché deve venire a comandare qua lui dice .”. E Gondola replicava decretando legittima la collocazione apicale del Guttadauro: “ma lui non è di fuori paese . lui è . lì è nato la madre è di lì perciò non è che è di fuori paese”.
I due commentavano anche la volontà di Cimarosa di rendere dichiarazioni all’Autorità Giudiziaria, includendola nel novero delle “cose che non si fanno” (“e non si fanno lo stesso queste cose”).
Il giudizio di Gondola è stato, al riguardo, assai severo: “.se il sangue è marcio ragionano come ragiona lui va bene”.
Valutando poi le dichiarazioni di Cimarosa agli inquirenti un altro indagato, Scimonelli, aggiungeva: “danno molto non ne dovrebbe fare”. E Gondola replicava: “ma .fino a che è solo non ne fa.”. Una conferma, se ce ne fosse mai stata bisogno, che all’interno di Cosa nostra ad essere i più temuti sono proprio i collaboratori di giustizia.